CONCLUSIONI CONVEGNO
ARCOLA (SP)
30 aprile/2 maggio 2005
Francesco Tonucci: "Tre principi per una educazione alla pace"
La gestione
pedagogica e maieutica dei conflitti
di DANIELE NOVARA 1. La pace è conflittoDove collochiamo il conflitto? Si tratta di un’esperienza distruttiva –rientra cioè nell’ambito della violenza e della guerra – oppure si situa sul versante della relazione ed eventualmente della collaborazione. La soluzione di questo problema è fondamentale. La cultura italiana inserisce il conflitto – anche da un punto di vista semantico – nell’area della violenza e della guerra. Se apriamo un giornale c’è sinonimia assoluta fra conflitto e guerra. È tipico della cultura mediterranea ma non di quella anglosassone, dove nessuno si sognerebbe di considerare identiche le parole war e conflict. L’obiettivo specifico, nella cultura italiana, è pertanto la creazione di una distinzione fra “guerra” e “conflitto”. Se non creiamo questa distinzione abbiamo la necessità, ogni volta che parliamo di conflitto, di utilizzare degli aggettivi: “conflitto nonviolento, non distruttivo, pacifico…”. Ma quando una parola deve essere sistematicamente accompagnata da un aggettivo vuol dire che non funziona, che è pericolosa. Diventa una parola inutilizzabile. Da alcuni anni mi sforzo di smetterla di aggiungere degli aggettivi alla parola “conflitto” e incominciare a pensare alla parola “conflitto” come a una parola densa di orizzonti di cambiamento, densa di orizzonti di crescita e quindi densa di evoluzioni possibili che ho chiamato “sviluppi maieutici”. La svolta epistemologica è distinguere “conflitto” e “violenza” e incominciare a pensare al conflitto come a tutte le volte in cui ho attivato dei cambiamenti situati nell’area della relazione. Da questo punto di vista la distinzione fra i due termini si situa gandhianamente nella logica della reversibilità. La violenza è un errore irreversibile, che presenta i tratti dell’eliminazione. Quando ho un problema con un’altra persona la risposta violenta, banale, è quella che tende non tanto a stare sul problema quanto a eliminare la persona, ossia chi porta il problema. Siamo in presenza di un delirio psichico, direbbe Franco Fornari.[1] Nel conflitto invece l’eventuale errore di comunicazione (non possiamo nasconderci che il conflitto presenta elementi di sofferenza) è reversibile perché si situa nell’area della relazione, e non della distruzione. Quando ho un conflitto, esso deriva da uno scontro: questo scontro può essere forte, e può coincidere con un attacco o con una interruzione completa della comunicazione (un silenzio pesantissimo); ma se si parla di conflitto si resta nell’area della reversibilità, della relazione. Il conflitto si situa pertanto nell’area della pace e non della guerra. Anzi, l’unico modo per costruire la pace – e chi ha lavorato nei Balcani negli ultimi 15 anni lo sa bene – è di lavorare sulla competenza conflittuale, che nei contesti di guerra è bassissima. Se prendendo un planisfero puntiamo il dito su una zona di guerra, scopriamo che si tratta di zone in cui viene impartita un’educazione rigida, improntata a metodi arcaici, che spesso ricorre ancora alle percosse fisiche e all’umiliazione sistematica. C’è una stretta relazione fra guerra e metodologie educative, non solo scolastiche, ma anche familiari. Questo dato inequivocabilmente dimostra come un’educazione che impedisce al conflitto di svilupparsi come area della separazione, della divergenza, è un’educazione che prepara le condizioni per una semplificazione distruttiva dei rapporti fra gli individui e fra i gruppi, un semplificazione in cui l’altro può esistere solo se è adeguato alle mie aspettative, se fa quello che gli dico, se appartiene al mio clan. Terrorismo e guerra sotto questo profilo sono equivalenti. Di più, il terrorismo mi sembra assimilabile alla guerra nucleare: nell’attuale guerra al terrorismo mi sembra infatti che non ci siano né vincitori né vinti. La guerra che nasce come struttura legata ai buoni sentimenti, all’idea di offrire alla propria parte la possibilità di realizzare la fusionalità amorevole, ci presenta invece un campo in cui le vittime non si contano soltanto fra i vinti ma anche fra i presunti vincitori. Il delirio della guerra si innesta infatti non tanto sull’aggressività istintuale (teoria che oggi ha ormai ben pochi seguaci) quanto su una predisposizione gregaria dell’essere umano che crea il fenomeno dell’«amore alienato», portando gli adepti alla causa a sacrificarsi in nome dei valori ultimi dell’appartenenza: gruppo, famiglia e infine “madre-patria”, la sintesi grottesca di un sentimento completamente strumentalizzato a fini distruttivi. 2. Cosa imparano i bambini nei conflitti?Cosa possiamo imparare dal conflitto per migliorare i processi di educazione alla pace? Ho iniziato a chiedermi, ad esempio nel lavoro con i bambini, non tanto come evitare o sopprimere i litigi, ma a chiedermi cosa imparano i bambini in un litigio. Ecco alcune possibili risposte: 1. I bambini imparano ad uscire dalla propria referenzialità, cioè ad uscire dall’egocentrismo. Colgono il fatto che gli altri ci sono e che occorre stare nella relazione con gli altri. 2. Scontrandosi con gli altri, i bambini imparano a capire i propri limiti. 3. Imparano a differenziarsi e a essere autonomi. Imparano a sviluppare delle competenze nella logica del mettersi alla prova. 4. Imparano a cogliere altri punti di vista. Ad esempio, parlare di intercultura senza parlare di gestione interculturale dei conflitti è masochistico, perché se accettiamo che le culture si ibernino nella loro identità e utilizzino questa identità semplicemente per contrastare quella altrui e legittimiamo questo tipo di processo evitando i conflitti creeremo una società interculturale a compartimenti stagni, in cui ogni identità è arroccata su se stessa. Invece il fascino dell’intercultura è proprio che attraverso il conflitto le identità si confrontano: se non c’è questa possibilità come fanno le identità a confrontarsi e creare degli spazi in cui l’appartenenza culturale non diventi qualcosa di assoluto, di statico, ma possa svilupparsi e crescere? 5. Imparano ad accettare la frustrazione e l’impossibilità della vittoria assoluta. Oggi il problema universale della società occidentale circa l’educazione delle nuove generazioni è che sta crescendo una generazione di bambini principi e di bambine principesse che rischiano di diventare dei tiranni assoluti. In Italia è uscito un libro di un noto neuropsichiatria francese sul bambino tiranno; negli Stati Uniti e in Messico su genitori obbedienti, figli tiranni…[2] L’emergenza pedagogica dei prossimi 10 anni sarà probabilmente la gestione di questi bambini, che rischiano un’orfanità psichica a fronte dell’assenza educativa degli adulti. Il problema nasce anche dall’incapacità dei genitori di stabilire delle regole: dare delle regole infatti comporta la necessità di gestire i conflitti; inseguendo il mito del benessere assoluto, i genitori preferiscono non dare regole. Concepire le relazioni senza conflitti e inserire questi ultimi nell’area delle disfunzioni relazionali è un assurdo: una relazione che non consente il conflitto è una relazione cimiteriale. Inoltre la regola garantisce uno spazio di libertà: il bambino sa quello che non può fare, ma di conseguenza sa anche quello che può fare. Nel gruppo dei pari la funzione dei litigi è fondamentale: almeno in quel contesto la sovranità diventa limitata. 3. Le competenze per gestire il conflittoQuali sono gli obiettivi psicopedagogici che ci consentono di raggiungere dei risultati significativi? a. Distinguere le emozioni dal conflitto e saper gestire le emozioni nel conflitto. Il conflitto non è un’emozione, anche se nel conflitto ci sono molte emozioni. Pensiamo al caso della rabbia: la rabbia segnala un’emozione; ridurre il conflitto alla rabbia significa negare la struttura relazionale del conflitto. Se consideriamo il conflitto come struttura relazionale è ovvio che non è sufficiente farlo coincidere con le emozioni. Un’area di apprendimento è proprio questa: riconoscere, dialogare e trasformare le proprie emozioni. (Esistono strumenti specifici che permettono di raggiungere questo obiettivo, specialmente di tipo autobiografico e diaristico). Questo equivale a riconoscere la propria modalità di stare nel conflitto. È difficile insegnare agli altri come gestire i conflitti se non c’è questo processo di autoconoscenza: come diceva Tolstoij, è difficile educare gli altri se non si cerca di educare se stessi. b. La capacità di distinguere la persona dal conflitto. Nelle situazioni conflittuali l’incertezza più evidente è che spesso per semplificazione si attacca la persona piuttosto che cercare di capire di cosa si sta parlando. La frase che denuncia questo atteggiamento è: “Sei sempre il solito”, vale a dire: “Con te non si può parlare perché c’è qualcosa in te che non funziona”. Dal punto di vista della comunicazione si tratta di un atteggiamento che di fatto impedisce di capire cosa sta succedendo, e quindi di stare sulla situazione conflittuale in quanto tale.
c. Evitare la ricerca del colpevole quando bisogna aiutare gli altri nella gestione dei conflitti. Sia nella vita quotidiana che nelle esperienze scolastiche e educative (anche familiari) la ricerca del colpevole appare come il vero impedimento a favorire dei processi di acquisizione autonoma di competenza. Nel momento in cui due alunni (o due fratelli) si rivolgono all’insegnante (o al genitore) si aspettano dall’insegnante la possibilità di conoscere chi ha torto e chi ha ragione, chi è innocente e chi è colpevole, cosa è giusto e cosa è sbagliato. Fare il giudice non è il ruolo dell’educatore. Se l’educatore è impegnato nei processi di sviluppo dell’autonomia, facendo il giudice favorisce piuttosto la dipendenza e la deresponsabilizzazione. Ho pertanto elaborato una semplice tecnica per la gestione dei litigi basata sull’elemento narrativo: “Dammi la tua versione”, o, per i bambini piccoli, “Disegnami la tua versione”. Si chiede cioè ai contendenti una restituzione del conflitto: se hanno avuto un conflitto, avranno le loro buone ragioni… Inoltre si chiede uno sforzo di ricostruzione, di contestualizzazione e spiegazione, e eventualmente di comprensione reciproca. Non va dimenticato che la tecnica ha anche l’effetto di un deterrente: alla seconda o terza occasione i bambini, tenderanno a non rivolgersi più all’insegnante.[3] 4. Verso la gestione maieutica dei conflitti
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